Sonetto del precario

18 giugno 2011

Cantami o diva

L’ira del nefasto precario

Che a malapena ogni mese sbarca il lunario

Che incompetente e saltuario

Viene visto dall’alto

da ogni collega più anziano…

 

Capite il divario?!

 

Certe storie di docenti

Che nonostante i titoli

si dimostrano incompetenti

nuove scuse per gli assenti

nuovi sbuffi fra i presenti…

 

Non avete più voglia di lavorare?

Bene! Licenziatevi, decongestionate le città

E trasferitevi al mare!

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6.

E poi è arrivata la primavera. La Parma fredda, grigia e cupa dei mesi invernali si è trasformata in un turbinio di profumi-colori-tepori che le fanno cambiare (quasi) forma e sostanza. Così i ricordi delle scure mattine invernali passate a dormire sul regionale delle 6,27 in cui l’unica sensazione provata nel tragitto casa-stazione-scuola era quella del GELO misto DISAGIO sono mutate in calore, luce, entusiasmo.

Nonostante ciò, durante i miei brevi soggiorni in città mi sono accorto che la gente, sebbene sia influenzata dai cambiamenti positivi della “rinascita”…continua a incuriosirmi antropologicamente… Le reazioni dei suoi abitanti, così come i loro atteggiamenti e il reciproco rapportarsi, ogni tanto mi fanno sentire lontano kilometri dal “Paese del sole”…

Ecco alcuni esempi collezionati:

–       la panettiera mi vende gentilmente il suo erbazzone; le chiedo se può scaldarlo; la risposta è:”NO, mi spiace… Ma non perché non abbia un forno eh…è solo che non ne ho voglia, devo andare a prendere il figlio a scuola sai…”. Me ne vado sorridendo, ricordandole che “non c’è alcun problema…”. W la sincerità.

–       la donna accanto a me nel bus prenota la fermata ma l’autista non si ferma; la donna in questione quindi si alza di scatto e incomincia a sbraitare e reclamare: “guardi che io avevo suonato il campanellino eh! È una vergognaaaaaaa!” L’autista si ferma, la fa scendere e la invita a calmarsi. Zivilcourage.

–       Una cassiera del centro non mi vende un pacco di cartine perché mi mancano 2 centesimi: “sennò ci perdo”, dice. Hai già perso, penso. Non perdo altro tempo ed esco.

–       La barista di un bar trucido mi vede arrivare alle 7 e mezza di sera: dopo aver ordinato un campari soda (25 cl) mi fa presente che entro mezz’ora chiuderà e che quindi devo sbrigarmi. Mi offre arachidi e altri stuzzichini secchi/vecchi di un mese. 25 cl dopo (circa 5 min) io sono già col bicchiere secco; lei ci tiene particolarmente a tirar giù la saracinesca in anticipo… Sono l’unico cliente, ovviamente.

–       Arrivo dal tabaccaio (quello che legge Wittgenstein e Heidegger nel tempo libero) che la saracinesca è già mezza chiusa. Chiedo se gentilmente può farmi il favore di allungarmi un accendino che sennò rimango senza fuoco-fornello a casa; mi guarda scocciato e dopo avermi venduto il plasticuso mi dice aggrottato: “ fortuna per te che non siamo in Alto Adige, sennò restavi senza!”. Penso lo dica in tono scherzoso sicché sorrido e gli auguro una buona serata; lui apostrofa un “se, se…”. Lo mando affanculo immaginando tabaccai sudtirolesi armati fino ai denti devastargli il locale mentre decantano Nietzsche.

Questi solo alcuni degli esempi d’incontri/scontri umani in Parma City. Questo campione non è ovviamente rappresentativo però vi da l’idea di alcuni attori sociali che abitano la Padania emiliana barilla, parmigiano e tortelli… Per fortuna però, alcune colleghe/i (così come alcuni studenti) a scuola si sono invece rivelati ottime persone, intelligenti compagni di lavoro e fantastici conversatori. Queste persone, ovviamente, hanno finora dato un senso positivo alla mia esperienza; persone che a Parma e in tutta Italia fanno la differenza – anche se per un breve periodo. Ma meglio turbo che solo precari

1. Cenni storici: il Turbismo all’interno di una revisione qualunquistica del passato bolognese.

Il Turbismo nasce nei primi anni del nuovo millennio a Bologna, città-crocevia tra nord, centro e sud. Una realtà in cui si incrociano ed aggrovigliano, ed in particolare in quegli anni, tutte le strade, le razze e le linee ferroviarie d’Italia. Infrastrutture e soggetti, posti sullo stesso piano (padano, ma solo geograficamente parlando) a collegare in un perenne moto la campagna alla città e questa al paesino, passando per l’estero ed a volte per viaggi al di là dei limiti umani, magari aiutati da qualche sostanza, ma pur sempre sulla via Emilia e magari in bicicletta.

Bologna, tra fine ’90 e primi ’00 vede nascere e morire nuovi movimenti, nuovi spazi, tantissime correnti. Di Bologna, tra fine ’90 e primi ’00, viene fatto costantemente un esempio a tinte forti.
In positivo, in quanto isola felice impermeabile alla criminalità (eccezion fatta per la Banda della Uno Bianca, forse) e città dotta per antonomasia. E, sotto un punto di vista più giovane, come città-parco giochi per eccellenza, locus amoenus in cui trovare dal pub al barazzo (anche quello con la B maiuscola), dal centro sociale al club, dal circolo anarchico all’arcigay. Città in cui poter ascoltare quasi in contemporanea con i coetanei londinesi o yankee le nuove tendenze musicali, città in cui le tendenze si creano e si dettano al resto del Paese. Città in cui è possibile vedere sul crescentone di Piazza Maggiore un vecchietto col bastone intrattenersi in chiacchiera con un punk. Senza che il punk abbia paura della vecchiaia, e tantomeno il vecchio della punkezza.
Ma anche in negativo, quando all’interno delle mura felsinee si consuma la più grave e maggiormente misurabile frattura tra piazza (fino ad allora ed ancora per pochi anni sempre attiva, sotto le due torri) ed istituzioni (fino a poco tempo prima in grado di interpretare abbastanza bene la volontà popolare, almeno quella maggioritaria, sotto le due torri), rendendo la città il punto di partenza da cui la sinistra italiana deciderà di ricostruire l’Italia, finendo solo per distruggere se stessa (oltre che, naturalmente, Bologna).

In un panorama del genere, in una provincia non certo grande ed addirittura microscopica se si considera che quasi tutto ciò trova sfogo all’interno della vecchia e ristretta cerchia muraria della città, quella necessità di distinguersi non nuova alle generazioni di sinistra esplode letteralmente. E se negli anni Settanta le distinzioni si misuravano tra Maoisti e Troskisti, tra Stalinisti ed Anarchici, tra partiti istituzionali e movimenti paraistituzionali, nella Bologna a cavallo tra fine ’90 e primi ’00 nacque tanta roba interessante, ma anche tanta merda. Normale, forse, dal momento che un punto di riferimento ideologico, a quella generazione, non è stato dato.
E così dopo che dall’Isola del Cantiere era nato il nostrano senso dell’Hip Hop, dalle ceneri del movimento punk (ma proprio dalle ceneri), mescolate con un bel po’ di nichilismo e pure un bel tocco di merda di cane nascono i Punkabbestia. E dalla loro evoluzione i Punkaraver, i Punkafashion ed i Punkammerda, mentre a sinistra movimenti non identitari e votati al’azione come le Tute Bianche di lì a poco avrebbero spianato la strada a movimenti iperidentitari come quello dei Disobbedienti (sempre loro, ma con un’aspirazione autoritaria nel controllo della piazza in più…). Genova langue già nelle dimostrazioni del No OCSE a Bologna nel 2000, ed i centri sociali provavano a reincentrare la loro azione sui brevetti, sulla cittadinanza, sui migranti e sulla comunicazione (spesso fallendo). Il divertentismo, intanto, dilaga sullo sfondo, inglobando financo i signorotti bolognesi, che tanti soldi da tante facce ed accenti diversi non li avevano mai visti.
Bologna: una cosmopolita cittadina di provincia estrema. Un provinciale melting-pot. Una troia che fa pompini sulla statale, insomma. O meglio, sulla via Emilia.

2. Nascita di una consapevolezza: il bisogno di Turbo.

In questo contesto la confusione del singolo, spinto da un lato dall’egemonia dell’individualismo borghese a caratterizzarsi da un punto di vista personale ed univoco e, dall’altro, inseguito dalle mille etichette e tendenze sempre nuove ed in cerca di proseliti in grado di farle sopravvivere, diviene colossale, abnorme, ingestibile. Tali attributi, inoltre, non bastano a spiegare ed esaurire quel senso di frustrazione ed energia, di malessere e voglia di costruire, di rabbia e felicità che si danno il cambio come il giorno e la notte, a volte litigando furentemente all’alba ed al tramonto, tingendo di rosso sangue il cielo. No, le semplici ed ormai desuete definizioni di concetti fornite dalla lingua italiana, i significati di sempre applicati a nuovi ed assai specifici significanti risultano decisamente deficitar. Anche facendo lo sforzo di attingere al vocabolario più giovane e financo alla più becera gergalità, anche con il rischio di cadere nel turpiloquio, i concetti non bastano a definire univocamente la voglia di appartenere a qualcosa che non c’è e quindi di non appartenere, il bisogno di definirsi in positivo e non in negativo (“io non sono”, “io sono contro”, “io non voglio”, “io non penso”, “c’hai una monetina”, “fumo”, “bici”, “paste”, ecc.). C’è una classe di persone in cerca di qualcosa d’altro rispetto alla tessera del partito o alla gratificazione della foto col fazzoletto in faccia e la pietra in mano sul giornale locale. Altro rispetto agli sguardi sbigottiti delle persone mentre pisci sul Teatro Comunale ed il tuo cane, “Keta”, raccoglie le zecche per strada. Altro rispetto alla movida dell’ ”inculamose tutti tanto semo ggiovani” delle notti bolognesi. Altro rispetto alla felicità artificiale ed altro rispetto all’arte senza comunicazione come unica via di espressione. Altro rispetto alla carriera ed alla realizzazione nel potere. Altro rispetto all’accumulo di risorse ed all’aspirazione al consumo come valore ultimo di ogni azione ed ogni attività. Altro rispetto al divano piazzato di fronte alla televisione sempre più grande, al record di amici sul social network, al bisogno di comunicare senza dire un cazzo.
Queste persone aprono il cofano delle loro vite ed iniziano ad analizzarne il motore. Gira tutto, ma potrebbe andare tutto molto più forte se si smettesse di accontentarsi di essere come ciò che c’è. Questi ragazzi hanno bisogno di un’accelerazione verso se stessi per superare il rumore attorno a loro ed ascoltarsi, e scelgono di utilizzare “il metodo più diffuso per incrementare l’alimententazione dei motori, in particolare quelli di autotrazione”: il Turbo. (http://it.wikipedia.org/wiki/Turbo)

3. Definizione del concetto di Turbo.

Turbo è chiunque riesce a vedersi sotto il proprio ruolo sociale. Turbo è chiunque riesce a vederti sotto il tuo ruolo sociale. Turbo è qualsiasi oggetto o attività che ti avvicini alla comprensione di una realtà non costruita e non predigerita. Turbo è qualsiasi realtà che ti avvicini alle cose o alle attività non costruite e non predigerite.

Turbo sei tu come espressione di tutti e sono tutti come espressione tua. Turbo riesce ad andare oltre l’io per rimescolarlo nel noi, e fare in modo che l’io si definisca attraverso la collettivizzazione delle emozioni, dei sentimenti, dei tratti somatici, delle lingue, delle esperienze, dei pensieri, dei canti, delle musiche, degli sport, dei mezzi di comunicazione, delle categorie di comprensione.

Turbo favorisce la libera circolazione delle libere idee in liberi Paesi per liberi individui. Turbo è copyleft.

Turbo è non violento ma riconosce la violenza come forma di espressione necessaria per combattere la violenza. Turbo, all’occorrenza, è violento con i violenti.

Turbo crede nell’organizzazione dal basso e nelle conversazioni in cui ogni voce si esprime allo stesso numero di decibel, in cui l’energia dei singoli ha lo stesso voltaggio, in cui la comunanza di intenti collettiva è più importante della realizzazione del singolo e dei suoi obiettivi.

Turbo crede nel singolo solo se il singolo crede nei molti.

Turbo non si riconosce in nulla se non nel tutto.

Turbo non ha bisogno che tu faccia parte di lui, perché tu sei già in lui.

Turbo spera che tutti aprano il cofano della propria vita e che montino il turbo sul loro sistema di autotrazione, per andare verso se stessi e poi spingersi oltre, verso gli altri.

Turbo opera a livello individuale, ma trova realizzazione solo nel tutto, umano o naturale che sia. Turbo agisce localmente, ma pensa globalmente.

Turbo è ecosostenibile.

Turbo non ha bisogno di nulla se non di te stesso, perché tu non hai bisogno di nulla se non di te stesso. Per Turbo possedere tutto in se stessi è precondizione essenziale per prestare attenzione alle diversità ed alle diverse necessità altrui.

Turbo ritiene che laddove la diversità e le diverse necessità sono singole o espressione di un’unione di singolarità viziate da aspirazioni individuali, tali diversità vanno annientate con il disprezzo, la denuncia e la violenza.

Turbo sa odiare come solo le folle odiano.

Turbo sa amare come solo i rivoluzionari amano all’alba della rivoluzione.

Turbo riconosce se stesso negli altri anche se gli altri non si riconoscono in lui.

Turbo sei tu, perché tu sei Turbo.

(di Cleroleso)

5.

Il corpo docente della scuola dove insegno è composto per la maggior parte da donne, sulla cinquantina, sposate; molte parmigiane ma anche parecchie provenienti un po’ da tutta Italia o ex immigrate ormai trapiantate in ParmaCity… Il qui scrivente inoltre risulta essere il più giovane della stalla, anche se (per fortuna) vi sono un paio di colleghe che arrivano a quota trenta e una decina (tra cui anche uomini, locali e non) che non superano i quaranta. Vi lascio immaginare dunque che l’atmosfera che contraddistingue la sala insegnanti (l’agorà del corpo docenti) risulti essere abbastanza variegata; in base ai suoi fruitori, si passa dai momenti di confronto culinario regionale (“…Ma Rosa, dai alla Ines la ricetta per fare la focaccia con la cipolla! Quella bbbbuonaaaa con la cipolla, quella che fate giù da voi…! L’ultima volta che l’ho fatta mio marito si è leccato i baffi!..”) passando per il dibattito psico-pedagogico incentrato ovviamente sull’andazzo della gioventù studentesca dell’istituto (“…questi ragazzi non han proprio voglia di far nulla, tal dig! Io glielo dico che non possono permettersi di non fare niente… ma questi se ne fregano…”) al più bieco civettare.

Non si capisce mai in realtà chi va d’accordo con chi (tutti si/ci salutiamo più o meno con frequenza oraria, anche più volte…): i sorrisi fasulli (e non) si alternano a momenti di chiacchiericcio che ostentano simpatia e empatia reciproca. In realtà si capisce che parecchi (soprattutto donne, guarda tu…) si odiano, si salutano sforzate e fanno la gara con chi dei rispettivi figli abbia preso il voto più alto all’ultimo esame di Giurisprudenza o Economia o Ingegneria. Poverette, spesso penso.

E in quei casi allora so che posso andare in cortile a fumare dove incontrerò il “fronte rivoluzionario della profiaria” (PRF) che dibatte sull’ultimo decreto legge o si infuoca per le ultime novità sugli scandali berlusconiani, fumando merit e bevendo gastritici caffè-delle-macchinette. Che poi in cortile c’è anche un giardinetto con l’albero che fa ombra, un paio di panche di legno e una sorta di aiuola zen con due fiorellini e un praticello: lo spazio funge da giardinoInterno/pozzo di luce per molte delle aule e per i bagni degli studenti.

L’altro giorno fumavo da solo durante un’ora buca e per caso ho udito un originalissimo estemporaneo freestyle rap di un paio di studenti rintanatisi in bagno durante l’ora d’Italiano; le parole più usate erano: “prof di merda”, “lezione del cazzo”, “sega”, “fra”, “puttane”. Mentre ridevo pensavo “che minchia ci sto a fare? Alla fine anche noi pensavamo alle stesse cose… però almeno qualcuno ci ha indicato la strada giusta……………….”

… “naaaaaaaaaa…”

Durante l’ora di “ora alternativa alla religione” (materia che insegno con la professionalità che mi spetta da original miscredente since 1992, quando cercai di spiegare alla vecchia maestra delle elementari che sta storia di Gesù che regna sovrano in trittico non mi convinceva…) esercito le mie solite mansioni di controllo su 4 giovani femmine 15enni che dovrebbero studiare e che invece passano il tempo a chiedermi un sacco di informazioni sui cazzi miei… Eludono le mie domande sul loro futuro e dicono che (già) ne hanno le scatole piene di scuola e fanno a gara a chi ha più note sul registro. Bene. A fine ora, probabilmente a causa della mia indisposizione al dialogo, lasciano sul tavolo della biblioteca in souvenir bucce di mandarini e vanno via senza salutare…

4.

Sei arrivato alla stazione di Parma in ritardo, quindi hai perso il regionale per Bologna.

Routine.

Per fortuna all’ingresso della Stazione FS di Parma (in rifacimento da più di 6 mesi) c’è un’edicola fornita di ogni rivista/quotidiano che può regalarti un ottimo modo per ingannare l’attesa del prossimo regionale veloce per Pesaro.

Sai già che l’edicola offre ai viaggiatori in transito ogni genere di rivista italiana e internazionale: da Le Scienze a Bell’Europa, dai giornalacci sui programmi TV al Le Monde Diplomatique (pure in francese!) da Geo a Playboy. Non resta quindi che dare un’occhiata e decidere quale faccia più al caso tuo.

Entri disinvolto e riconosci subito la commessa “rastusa” che hai già etichettato in passato (per via del suo look ccciovane) come la tranquillona del bouquet di edicolanti che lavorano part-time nell’edicola. La saluti, dici “ciao!”. Lei in qualche modo scorge familiarità nel tuo volto e ricambia il saluto. Senza troppi entusiasmi.

Imbarazzato dalla quantità di riviste, ti convinci che anziché comprare “il solito” ti soffermerai più a lungo a sbirciare tra le varietà editoriali proposte negli scaffali – anche perché in alternativa hai più di mezz’ora di attesa a girarti i pollici e fuori ci sono circa 0 gradi – e  sarai costretto (vista la pochezza di cash presente nel portafogli) a mono-omaggiarti.

Con brio (e sfrontatezza?) passi in rassegna: prima le riviste di viaggio, poi quelle di storia e psicologia fino ad approdare al bancone della commessa occhialuta e rastafariana chiedendole della rivista “Terra”. Lei distaccata risponde di no e tu allora ritorni su Psicologia e dopo poco fai un balzo alla sezione fumetti e ti ravvedi sulle ultima novità in materia di comics.

Dato il tuo sesto senso da X-Men cominci a percepire addosso uno sguardo-tipo-occhio-di-Sauron e allora, dopo qualche minuto, guadagni nuovamente il bancone per chiedere questa volta se hanno ancora a disposizione una copia di Internazionale. Questa volta lei ti sembra quasi stizzita e infatti ti risponde con un no secco. Dato che ti trovi dalla parte degli inserti le chiedi allora di poterti favorire una copia del Diplomatique (“chissà, magari c’è qualcosa di interessante che posso proporre ai miei alunni”,  pensi). Domandi se puoi dare un’occhiata e vedi che a quel punto lei proprio sbotta (oh!) come non aspettasse altro e ti dice arrossendo:

“Dare un’occhiata è una cosa: tu è da mezz’ora che leggi le riviste per intero!”

Oh!

“Questa è un’edicola, mica una biblioteca!”

Oh!

Lo vedi che proprio non è familiare col rito del cazziatone. Si sforza di essere intransigente e allo stesso tempo corretta: ormai tra l’altro è paonazza…

Tu sei sconvolto: la più tranquillona della scuderia delle edicolanti che ti fa la ramanzina! L’affabilità e la simpatia dei suoi dreadlock colorati traditi da un presunto amore per il business a prova anti-scrocco. Sei scioccato.

Oh!

Un istante dopo proponi il solito sorriso da ebete e le dici, cercando di farla ragionare, che per comprare una rivista che non conosci devi prima vedere cosa diamine ci scrivono. Cara la mia Signorina Integrità!

Lei rincara la dose e dice che per vedere bastano pochi secondi e che invece tu hai abusato della sua calma zen…

Oh!

Ritorni allora sconfitto sul Diplomatique e sfogli le prime pagine, così, a faccia tosta, come se lei non ti avesse neanche visto da principio. Ovviamente i tuoi occhi non riescono a mettere a fuoco neanche uno dei titoli degli articoli: spronato dalla tua cistifellea che ormai smista ettolitri di bile in tutto il corpo riesci a immaginare solo scene di macabri massacri e stermini imminenti; il conte Vlad e dozzine di ottomani impalati…

Poi, per fortuna, dopo un paio di respiri a bocca aperta riacquisti uno spirito da reggaeNation e decidi che questa poveretta non si merita neanche la metà della tua ira e che vista la giornata a scuola non è il caso di appesantire ancora le tue terminazioni nervose.

Prendi alcuni gettoni scintillanti dalla tasca e serafico le chiedi “Quant’èèè???”. Lei non sa se crederci alla tua faccia tosta; sta di fatto che sta per scoppiare: di sicuro pensa “a questo gliela faccio pagare…”. Poi invece ti dice solo il prezzo. Tu allora paghi ed esci salutandola con un lungo e iper-cordiale “Ciaooooo!” come il miglior cliente a cui possono essere abituati.

Chè alla fine se ci pensi lo sei; chè tutti i giorni da Novembre gli lasci 10 euro a settimana per i giornali; e a volte ci compri pure i biglietti del treno e le Bic: se non posso sbirciarle io le riviste, porca puttana! Questo pensi.

Ma niente, hai deciso che i parmigiani non sono una razza poi tanto amichevole; che vuoi o non vuoi co’ sta erre moscia e l’aria da aristocratici di provincia in linea di massima non ti potranno mai stare simpatici; che se i romagnoli si sentono diversi dagli emiliani c’è un motivo; e alla fine Fellini ti sta pure più simpatico di Bertolucci…

Sali sul treno e ci sono due studenti universitari che disquisiscono sulla rivoluzione libica. E allora ti viene naturale pensare alle parole della canzone degli “Offlaga Disco Paz” quando dice: una scritta degli ultras della Reggiana dopo il raid aereo americano su Tripoli negli anni ottanta diceva: ‘grazie Reagan, bombardaci Parma!’….

Poi ti addormenti tranquillo e arrivi dopo un’ora a Bologna e ti senti più a casa

3.

Oggi a scuola mi hanno fatto fare una supplenza. Non era la prima volta: già in varie occasioni  mi è successo di sostituire “colleghi” assenti e quindi di dovermi inventare lezioni estemporanee che spesso si trasformavano in chiacchierate su temi a caso, spesso che stavano a cuore alla maggior parte del pubblico di quindici-sedicenni (sesso, amore, escatologia, droghe, sesso…). Discorsi a volte stimolanti e gratificanti, altre volte avvilenti e noiosi. Come del resto è normale…

Nel senso: che questi poveretti siano in un istituto professionale nella maggior parte dei casi controvoglia e semplicemente per ottenere un riconoscimento ufficiale dalla società dopo un numero imprecisato di anni col culo passato su una sedia di una scuola pubblica, questo si sapeva. Che all’interno di questi ci siano pure i “motivati” lo si sapeva pure, come pure si sapeva che quelli che arrivano in fondo siano la “creme de la creme” di un iniziale gruppo di giovani che si ritrovano in piena fase ormonale a dover ascoltare per 5 ore al giorno monologhi di adulti che mai potranno capire i loro problemi affettivi e relazionali, che devono affrontare quotidianamente a casa coi loro genitori (magari nati a Rabat o a Dacca) diverbi su tutto, coi loro coetanei questioni sul fatto su chi sia più “cool”  o con il proprio ragazzo/ragazza la difficoltà di essere forse “inadatti” rispetto a un mondo di immagini veicolate dal dio TV che li vuole sempre più belli, simpatici e alla moda. Questo lo davo per scontato, giuro.

[Quando arrivo in queste classi e dico che insegno geografia mi fanno la faccia nauseata e poi saltano su dicendo: “Prof., ma noi non la facciamo la geografia… e poi, tanto, a che serve?!” Dopodiché passano a chiedermi di dove sono, quanti anni ho e se sono sposato…]

Oggi però è successo quello che non mi aspettavo. é successo che questi utenti del mondo 2.0, imbranati col dizionario della lingua italiana ma abilissimi con le lavagne elettroniche di Voltron e Dottor Procton, la geografia la conoscevano. A modo loro, ma la conoscevano. Perché quando uno è interessato a qualcosa cerca di ricavare tutte le informazioni possibili a riguardo. E le informazioni che a loro interessano a 15 o 16 anni non è sapere che Fidenza (a pochi km a nord di Parma) si trovi sulla via Emilia e che questa importantissima via di comunicazione collega dal tempo dei Romani Rimini con Piacenza, il mare alla pianura padana…tsk. Figurarsi. No.              Per loro Fidenza è funzionale semplicemente al fatto che esista il Fidenza Village, un dannato Outlet, là vicino. Stop.                Per il resto di Fidenza, che magari è anche una città di merda, non sanno nulla. Però del villaggio dei negozi sanno tutto. Addirittura sanno che non c’è il negozio di Bulgari ma che all’Outlet di Barberino del Mugello (in Toscana…) però c’è. E ditemi voi se questa non è conoscenza geografica approfondita! Questi c’hanno google map e google earth messi insieme nel cervello… peccato che siano collegati a vanity fair come database alfanumerico…

Allora io gli ho detto che di moda non ne sapevo nulla e che gli outlet di cui parlano loro non sono veri e propri villaggi, che le persone ci vanno solo per spendere soldi e annullarsi nel gesto del consumare e loro mi hanno detto che io vengo dallo spazio e che non è vero che le persone comprano e basta, che ci sono pure i buttafuori che arrivano alle 8 del mattino e vanno via alle 9 di sera… Dopodiché, una delle più vivaci, ha preso il discorso chiedendomi se conoscevo uno studente di cui lei era innamorata e che ha sempre sfiga coi ragazzi che le piacciono perché sono sempre fidanzati. Io allora gli ho cercato di fare un discorso sull’istinto e sulle pulsioni sessuali (visto che avevano trattato l’argomento in scienze umane e psicologia..) e gli ho detto che le pulsioni positive come quelle sessuali vanno sfogate e che quelle negative come l’omicidio andrebbero filtrate dal raziocinio. Lei mi ha detto che vuole sfogarle entrambe, così si rilasserebbe un po’. E l’allusione all’omicidio era riferita a una coetanea che le ha spodestato il ruolo di fidanzata ufficiale del bell’imbusto che le ha spezzato il cuore…                      Allora ho cercato di cambiare argomento chiedendo cosa avrebbero voluto fare da grandi (il 90% era costituito da donne). Le risposte sono state: “nulla”; “la mantenuta”; “la psicologa…ma siccome ci vuole la laurea e io non ho voglia di studiare allora penso che non farò niente, però prima mi sarò sposata un uomo ricco”. Un’altra ha risposto in modo secco: “l’ereditiera”…

Sono uscito dalla classe un po’ deluso/perplesso e un po’ consapevole che alla fine vista l’epoca in cui viviamo, il paese in cui viviamo e la congiuntura economica in cui ci troviamo forse non ci si può aspettare tanto di più da questi ragazzi. E l’ho pensato sapendo che quelli che erano i nostri modelli forse non possono essere gli stessi per tutti e sempre. Forse per fortuna. Che però se manca una cosa in questo cazzo di paese, come dice mio fratello maggiore, è l’idea di un progetto comune dietro ai progetti di vita che non siano solo veicolati dal dio denaro, cristo santo.

[Cercare un’ideologia tra persone che vivono senza ideali?]

Me ne sono tornato in sala insegnanti: qui una collega vestita come ad una sfilata di moda raccontava dei suoi anni universitari e del fatto che lei per laurearsi a Milano negli anni ‘90 ci aveva messo tanto tempo perché aveva scoperto la moda e che si era “impantanata” in questa sua grossa passione per i vestiti. Poi si è seduta sorridendo e ha cominciato a sfogliare una copia di vanity fair

2.

Quando non fai un cazzo da mattina a sera, diciamo, per un periodo prolungato della tua vita, il tuo (il mio) corpo attraversa tre fasi:

A) Iniziale senso di morbidezza nei confronti di te, degli altri; battito cardiaco rallentato e fluidità nei gesti; facilità nei rapporti sociali (notturni) fisici e digitali. Ne segue una seconda fase, che, ahimè, porta a:

B) spossatezza generalizzata; senso permanente di ansia (per cosa poi se non hai un cazzo da fare…?); incapacità di gestire rapporti del tipo Io-Io (o sindrome del “ahDai!nonmilasciatedasolochepoimipijamale”); tachicardia; panico. Ne consegue, quindi, da un iniziale senso di rassegnazione cosmica (in certi casi definita “depressione lieve”) e… un terzo stadio

C); questo comporta: senso di benessere dovuto all’osservazione di oggetti della natura morta; rivalutazione del se come parte dell’universo che, INEVITABILMENTE, schiatterà e che quindi non ha nessuna fretta di “fare” per forza qualcosa; riscoperta del proprio ego in chiave allegorico-romanzata…

Cosa vuol dire? Che per quanto mi sentissi un perso/sfigato /frustrato/delusodellavita… alla fine cominciavo a godermi il mio tempo libero. Che non è da poco. Infatti se non sei un “intrippato di” … o un “malato di lavoro” riesci a crearti (se non ce le hai già) passioni, hobby, interessi che ti permettono di godere di tutto ‘sto tempo libero a disposizione, o no?

Ciò non vuol dire che oggi in Italia non esista la disoccupazione o che tutti si possono permettere di bighellonare perché hanno il “culo parato”: semplicemente c’è un surplus di gente impiegata regolarmente – che però lavora troppo – e  una parte di gente che non fa nulla. Il “però lavora troppo” non lo dico solo io: se guardate il numero delle persone in analisi o dei soggetti considerati “stressati” negli ultimi 30 anni vedrete un’impennata di questi.

Perché? Perché non si lavora tutti di meno, ma quantomeno TUTTI? Perché il manager di Cinisello Balsamo deve lavorare 14 ore al giorno – ché poi manco ha il tempo per stare dietro i suoi figli e fare all’ammore con sua moglie: poi però in vacanza al mare in estate, con la crema spalmata sul corpo e i piedi a mollo parlano del lavoro (fatto e da fare) e durante l’inverno non fanno altro che parlare di vacanze…  tsk!

Sapete che penso io? Io penso che la maggior parte delle persone se non avessero da lavorare non saprebbero cosa farsene della giornata: si sentirebbero inutili e si lamenterebbero tutto il giorno che la vita “è noiosa”…! (E credetemi l’unica forma di noia a mio parere esistente e quella quando sei in fila alle poste…e anche lì, se avete un buon libro o siete dei buoni osservatori di tipi umani non vi annoierete se scorgete anche nell’ “attesa forzata” un momento di scoperta). Che poi il lavoro serva a guadagnare e vivere allora quello è un altro discorso.   Ma a quel punto basterebbe capire cosa serve in questo momento al sistema e cioè: elettricisti, meccanici specializzati, idraulici e tornitori di tutti i tipi.

La verità è che esiste una divisione del lavoro così fitta, intricata e malata che tutti vogliono cercare di guadagnare il massimo cercando di fare il meno possibile nell’ambito che più “li aggrada”….

Poi ci sono pure quelli che vogliono divertirsi e guadagnare tanto. E quelli che vogliono essere ricchi senza fare un cazzo (testimone di ciò è la frase più comune che ormai si sente udire al bar: “Un caffè e un gratta e vinci, grazie…”).

Se è vero che la maggior parte delle persone s’identifica con il lavoro che fa, allora questi ultimi vincono la coppa squallor

 

Diario di un turbo[1]-precario

1.

(Tutto è cominciato con un’e-mail, in stile società segreta proprio: la mailing list “giovani geografi”, a cui ero iscritto – un po’ per caso, un po’ per orgoglio di categoria – da qualche mese. Ché alla fine internet è la più grande invenzione del ‘900…)

Dopo aver passato l’estate nel dubbio cronico di non sapere cosa sarebbe stato del mio immediato futuro, mi sono ritrovato a settembre e a ottobre a fare il booker: procacciatore di concerti per un gruppo jazz di Piacenza. Cominciato per gioco, mi sono ritrovato in realtà a fare da interprete, traduttore, rappresentante, tourmanager, tutto in una volta, tra Berlino, Barcellona e Madrid. Il che può sembrare anche molto entusiasmante. Giuro però che viaggiare da solo con un obiettivo di lavoro non è come essere in vacanza aaa aaa! Nel senso, sei solo, il più delle volte, il che può anche essere divertente; però alla lunga è anche deprimente. E ritrovarti a mangiare una pasta asciutta in un appartamento di Kreuzberg dove amici di amici di amici ti affittano una stanza a buon prezzo (per fortuna) perché la tua amica che doveva ospitarti è sparita 24 ore prima del tuo arrivo in Teutonia ti fa sentire molle. E incazzato. E poi a Berlino il 12 settembre di domenica alle 4 del pomeriggio ci sono 10 gradi e piove. Cioè, fa schifo. Si, la capitale della gioventù europea alternativa, grintosa e sincera: non c’è un cazzo da fare, le stagioni uno se le porta dentro, sorry. E per quanto spostandoti a Barcellona guadagni palme, spiaggia e amici siculi fraterni, non puoi startene in giro a far finta di crederti un turista, perché non hai neanche i soldi da parte per spenderli col ghigno in faccia all’insegna del cazzeggio speculativo. E quindi poi… alla fine non ne ho cavato un soldo. E cioè neanche una data. Negativo.

Tornato a Bologna ho cercato di sfruttare i contatti racimolati in giro, ma… il mestiere in questione è difficile e io non sono proprio il più convincente degli agenti… Anche perché, penso che commercianti si nasca. E io sono nato scimmia.

E quindi tutto è finito, pure, con scherzo: lo scherzo di avere la mia bella laurea specialistica da geofilo, una passione per la musica e una recente attività da film maker docu-sociali e non trovare un cazzo di lavoro da Milano a Pachino. Il che si uniforma abbastanza alla moda del momento. Laureato, sotto i trenta, “carico”…disoccupato. Come del resto è anche di moda lasciare l’Italia in questo periodo. Giustamente.

Ma siccome sono demodé ho pensato di restarci nel mio Bel-Paese formaggiuso di vecchi: ché a noi l’Italia ci piace; ché in Italia alla fine si sta bene; ché vuoi o non vuoi, alla fine, siamo tutti stronzi ma sappiamo ridere perché sappiamo prendere la vita con leggerezza; ché anche se c’è il Berlusca, comunque, almeno ci viene più comodo lamentarci con gli amici mentre facciamo l’aperitivo


[1] Con l’epiteto “turbo” non si intende dare un significato accrescitivo al sostantivo in questione (“precario”), come potrebbe intendersi se si utilizzasse il sinonimo iper o super . Il termine “turbo” si colloca all’interno di una recente dottrina psico-religiosa nata nei primi anni del 2000 nota come “Turbismo”  (Curiazi, Di Quarto: 2003). [Per un approfondimento vedere “Manifesto del Turbismo” in uscita inedita a Febbraio 2010].

giro di boa

12 aprile 2010

(Partimmo pensando di essere riusciti a sconfiggere le insidie del mare grosso

ma in realtà non avevamo idea di ciò che stava per arrivare:

fummo costretti a riconoscere che non si prega per il vento buono

ma che s’impara a navigare. )

Nonostante i buoni propositi e le spinte dateci da bambini

Eccoci di nuovo al punto di partenza con le mani legate

Mille  propositi , le energie fresche, noi eroi benedetti da madri e padrini

A fatica veniamo fuori da sabbie mobili, anche se dalla nostra gli oroscopi dipingono celesti destini

Dimentichi-amoci del passato, il meglio è stato già dato

Me ne sono accorto però… non ho smesso di crederci e anche in questo momento ci ho riprovato

Mi godo tronfio i vantaggi acquisiti dai padri dei padri e prendo

la staffetta delle generazioni ormai andate: “ vi abbiamo spianato la strada, su, coraggio non indugiate!”

come fosse facile il confronto, non è uno contro uno ma noi contro tutti

tutto

andato a e tutto ritrovato, sempre di continuo

regna asfissio in presa costante, preparati per un altro colpo al costato qui seduta stante

fa finta

che il sapore è accattivante, o il problema siamo noi e il nostro ego dalla mole ingombrante?

echi di haiku dal retrogusto orientale, orientano i gesti di un nuovo spiritualismo laico (mantra artigianale)

zero imposizioni, spiriti dei cieli o pagine scritte in giudaico

Benvenuti in questa fase del mondo dove l’essenziale lascia il posto all’emozionale  e al fattore commerciale

PIL (prodotto Inconscio Loffio)

E va bene…del resto ci siamo laureati, abbiamo studiato, ci siamo fatti il mazzo a fare lavoretti del cazzo per mantenerci durante gli studi e per quanto  cresciuti nella bambagia degli anni ’90 adesso vogliamo il nostro pezzo di torta che ci spetta.cazzo.

Non voglio fare la vittima, ne il discorso da proletario: è che le mezze certezze non mi (non ci) stanno bene, perchè non soddisfano; sono dei contentini e basta. E i contentini vanno bene finchè sei bambino. Qui si stava cercando di essere adulti, nonostante non sia alla moda in italia tra i miei coetanei.

Cosa voglio dire? Che se la massima aspirazione  a 25 anni suonati debba essere fare il barista, il magazziniere o il gelataio allora no; non ci sto. E non mi manca di certo l’energia. Anzi, sono “carico marcio”, se lo volete proprio sapere.

Questo non è un lamentarsi, non è una preghiera per i nostri “dirigenti statali”, no. E’ un modo per unire le forze e cercare di fare qualcosa insieme. Ed è per questo che chiedo la vostra partecipazione. Chi si sente di offrire qualcosa (in tutti i sensi) è pregato di battere un colpo. vedremo di trasformare le nostre energie in qualcosa di utile, interessante e stimolante. e in soldi… visto che di sola aria non si vive.